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IL MARITO IDEALE

(versione ridotta)

 

 

atto unico

 

 

 

Nota: Si tratta di una versione leggermente ridotta rispetto all'originale: sono state tagliate due o tre scene di minore importanza, mentre alcuni personaggi (i due direttori ed il fotografo) sono diventati femminili, per esigenza di organico dell'unica compagnia che ha rappresentato questo testo. A richiesta si può fornire il copione integrale in due tempi. Questa versione, comunque, rappresenta l'80% circa dell'originale.

 

 

 

 

 

[Testo tutelato dalla Società Italiana degli Autori e degli Editori (S.I.A.E.)]

 

 

 

 

Breve sinossi

 

Quando la vita reale è un susseguirsi di banalità, allora è proprio il caso di crearsene una completamente immaginaria.

Il testo cerca di scendere alle radici della comicità teatrale, quella che non si accontenta delle battute più o meno salaci, più o meno brucianti, ma si propone di muovere il riso puntando sull’assurdità dei personaggi e delle situazioni. Qui si affronta con ironia un anomalo rapporto di coppia, dove la fantasia e l’immaginazione giocano un ruolo fondamentale che riesce a riscattare la vicenda, elevando il protagonista dalla ridicola posizione di marito ingannato, a un piano di purezza e di innocenza. La vita insomma non è brutta per chi riesce a evadere e ad appoggiarsi su un’illusione che, all’occorrenza, può anche trasformarsi in un alibi.

 

Durata: due tempi

Genere: comico-ironico

5 personaggi (2 uomini e 3 donne)

 

Rappresentata al Teatro d'Alpiaz di Montecampione (Bs)

 

 

 

 

Personaggi:

 

Enrico

Oreste

Isabella

Mamma

Fotografa

 

 

 

 

 

 

La scena:

 

Le luci concentrate al proscenio lasciano in ombra il resto del palcoscenico.

I pochi elementi (un tavolo, un divano, ecc.) che occorrono all'azione, appariranno, di volta in volta, illuminati dai riflettori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Enrico:           (al proscenio) - Buonasera, no non temete, lo spettacolo si farà, anzi, è già incominciato. Di solito, quando un attore si avvicina al proscenio, prima che inizi lo spettacolo, lo fa per dire: "Signore e signori, la direzione del teatro è spiacente di comunicare che lo spettacolo è sospeso per questa o quest’altra ragione: i biglietti verranno rimborsati alla cassa"... Io invece mi sono avvicinato per salutarvi e per presentarmi. Mi chiamo Enrico, e sono uno che si è fatto da solo, con le sue mani... (ad uno spettatore) perché dice "si vede"?... ah, è solo una battuta!.... mi sono fatto da solo a cominciare dal nome. Sissignori, mi sono ribellato alla prima catena che viene saldata al piede di un bambino appena nato: il nome. Enrico sarebbe il mio terzo nome, ed io l’ho fatto diventare il primo; sapete qual'era il primo? Fortunato!... Ma guarda un po’ i genitori!... domando e dico, come si fa a mettere nome al figlio Fortunato... senza sapere come andrà a finire. E’ un’imprudenza bella e buona. Il secondo nome lo scartai subito senza pensarci neppure un attimo. Sapete qual'era? Ercole! Sarebbe stata una presa in giro, no?... e così sono cascato sul terzo: Enrico; un nome grigio, che non sa di nulla, e per questo esprime perfettamente la mia personalità... (allo stesso spettatore) non dice "non è vero"?... no?... peccato!. In fondo, non è che ci tenga molto: io sono piuttosto modesto. Ecco, Modesto era un nome che sarebbe andato bene per me, ma i miei genitori, poveracci, non ne hanno colpa... come potevano sapere, quando ero appena nato, la carriera che avrei fatto? I nomi andrebbero assegnati verso i trenta – quarant’anni, quando i caratteri si sono precisati, le tendenze sono più chiare... dovrebbero essere come un cartellino sulla merce: Tranquillo... Serena... Grazia... Pia... prima dovrebbero esserci soltanto nomi provvisori... "Come si chiamerà questo bel bambino da grande?"..."Felice… speriamo." Anche per evitare tutti i bisticci curiosi che spesso possono capitare. Quante volte abbiamo letto, per esempio: "Catturato il mostro della Brianza... si tratta di Onorato tal dei tali..." oppure: "La Buoncostume ha fermato per adescamento certa Immacolata eccetera, eccetera, insieme con le colleghe Candida, Angela e Celeste..." Dopo il nome, altro momento importante per la mia formazione è stata la ricerca del lavoro. Ricordo perfettamente la prima volta che mi presentai in cerca di un posto...

 

(Il 1° direttore, seduto dietro una scrivania, sta leggendo un foglio)

1° Direttore:   - Enrico Rossi...

Enrico:           - Appunto... Enrico Rossi...

1° Direttore:   - Non c'è bisogno di ripetere nome e cognome: basta dire sì.

Enrico:           - Mi scusi.

1° Direttore:   - Lei ha fatto richiesta di essere assunto nella nostra azienda.

Enrico:           - Sì.

1° Direttore:   - Non c'è motivo di rispondere. Non ha sentito che mancava il punto interrogativo? perché avrei dovuto rivolgerle questa domanda, scusi, dato che ho la sua richiesta fra le mani?... Così, lei vorrebbe un’occupazione presso di noi.

Enrico:           - E' una domanda?

1° Direttore:   - Ma che bisogno ce ne sarebbe, dato che lei ha già scritto tutto qui sopra? Si tratta del primo impiego.

Enrico:           - Questo là sopra non c'è scritto. Sì!

1° Direttore:   - Non c'è scritto, ma io l’avevo capito egualmente. Crede che dal suo comportamento non si riconosca uno che va a presentarsi per il suo primo impiego?

Enrico:           - Non l’azzecco mai!

1° Direttore:   - Io non posso sopportare le domande o le risposte inutili. La vita moderna ci ha abituati a risparmiare persino sulle parole: si dice bus, cd, tv: parole dimezzate, sigle; minore fatica, maggiore produttività. In quale settore dell'azienda vorrebbe lavorare? (dopo un breve silenzio) Perché non risponde?

Enrico:           - Perché non c'è bisogno di rispondere: se avessi avuto qualche preferenza per un settore, l’avrei espressa nella richiesta.

1° Direttore:   - Dica un po’, mi ha preso per una cretina?

Enrico:           - Domanda superflua: il dubbio non è assolutamente possibile.

1° Direttore:   - Se ne vada: la sua richiesta è respinta!

Enrico:           - Inutile ripetizione: l'avevo già capito da solo.

(direttore e scrivania scompaiono)

 

... Trovare un posto di lavoro, non è cosa facile, lo sapete anche voi, ma io ero dotato di pazienza e non mi arrendevo facilmente. E poi potevo contare su un aiuto prezioso: Oreste, un vero amico, sempre pronto ad offrirmi i suoi consigli... vieni qui Oreste, fatti vedere…

 

(dall’ombra viene avanti un tizio che sta dando il gessetto alla punta di una stecca da biliardo)

Enrico:           - … oh, non sapevo tu fossi già al lavoro, scusami…

Oreste:           - …Non fa niente… e allora Enrico, com'è andata oggi?

Enrico:           - Male. Pensavo di avercela fatta, e invece...

Oreste:           - Qual'è stato l’inciampo?

Enrico:           - Alla fine del colloquio, quando l’esaminatore mi ha domandato come impiego il mio tempo libero.

Oreste:           - E tu?

Enrico:           - Potevo raccontargli del biliardo, del pocherino, della cagnara con le ragazze?

Oreste:           - E allora?

Enrico:           - E allora ho domandato: "quale tempo libero? con tante cose che ci sono da leggere, da studiare..."

Oreste:           - E lui?

Enrico:           - Ha voluto sapere quali sono le mie letture.

Oreste:           - E tu naturalmente...

Enrico:           -... e io, naturalmente, gli ho detto il titolo del romanzo che sto leggendo: "Mandrake e la furia del sesso"... ma, dico, mi hai preso per un idiota?! vuoi che non sappia certe cose?

Oreste:           - Cosa gli hai detto, allora?

Enrico:           - Mi sono sentito perduto; lì per lì, titoli di libri importanti non mi venivano in mente... così mi sono tenuto sul generico.

Oreste:           - Cioè?

Enrico:           - Gli ho detto che mi interesso di problemi aziendali, speciali... questioni amministrative, di lavoro...

Oreste:           - Non l'hai ancora capito? hanno avuto paura del tuo cervello.

Enrico:           - Ma va là!

Oreste:           - Proprio l’ultima cosa di cui dovevano temere... povero Enrico! tu che non hai mai letto niente di più impegnato dei fumetti di Diabolik!

Enrico:           - Se io avessi saputo...

Oreste:           - Oh, beata innocenza! proprio tu mi vai a combinare certe cose... tu che puoi vantare un diploma preso con la media del sei!

Enrico:           - Per quello cerco di tenerlo nascosto.

Oreste:           - Sei impazzito? Sbandierare lo devi, in faccia a tutti.

Enrico:           - La media del sei... ti rendi conto?

Oreste:           - E cosa c'è di meglio? E' l'attestato della mediocrità più assoluta: la tranquillizzante patente del grigiore mentale completo...

(Oreste sparisce)

 

Enrico:           -... naturalmente cercai di mettere in pratica questi consigli nel successivo colloquio...

 

(il secondo direttore dietro la scrivania)

2° Direttore:   - Da quello che ho capito, signor Rossi, lei non ha troppa simpatia per la cultura.

Enrico:           - Questo non è vero, signora direttrice: tutte le mattine, appena alzato, dieci minuti di cultura fisica non me li leva nessuno.

2° Direttore:   - Beh, lasciamo stare... così, lei, non si interessa di politica?

Enrico:           - Assolutamente no.

2° Direttore:   - Non ha una preferenza per qualche partito?

Enrico:           - Ma per carità!

2° Direttore:   - Non ci sarebbe niente di male: anche la Costituzione, del resto, prevede l’esistenza dei partiti... lei sa che cos'è la Costituzione, vero?

Enrico:           - Ma si capisce! La costituzione è sana e robusta... ringraziando Dio non ho mai avuto bisogno del medico...

(direttore e scrivania scompaiono)

 

Enrico:           … e fu così che riuscii a trovare l’impiego… è un'occupazione modesta, che però richiede attenzione e precisione… (porta al proscenio un tavolino con un'alta pila di fogli) si tratta di mettere un timbro su questi fogli. Roba da niente, dite voi: ci sono anche le macchine per farlo. E invece no. Sono fogli coperti di scritte disordinate, di firme di ogni misura, e il timbro tondo deve essere applicato in un angolo pulito del foglio stesso, in modo che nessun segno venga a sovrapporsi o a sfiorare la sua circonferenza. Il timbro, come dice il ragioniere capo, rappresenta l'azienda e la sua chiara presenza dà valore al documento…

 

(viene avanti Oreste)

Oreste:           - Oh, Enrico… come va? (gli butta amichevolmente la mano sul braccio)

Enrico:           - Ciao… piano, per piacere… (gli ferma la mano)

Oreste:           - Che c'è, ti sei fatto male?

Enrico:           - No, ma, esco dal lavoro e… (fa l'atto di timbrare)

Oreste:           - Oh, certo… ma è solo una questione di allenamento.

Enrico:           - Si capisce. Fra vent’anni non me ne accorgerò neanche!

Oreste:           - Che ne dici del tuo impiego?

Enrico:           - Sono proprio contento… forse è un tantino monotono…

Oreste:           - Monotono?… vorrai scherzare.

Enrico:           -… Così, a voler pescare il pelo nell'uovo

Oreste:           - Guarda che è molto difficile trovare un lavoro più ricreativo del tuo.

Enrico:           - Beh, adesso mi sembra che tu esageri.

Oreste:           - Non c'è nulla come un lavoro meccanico, ripetitivo che possa liberare la mente.

Enrico:           - Liberarla per andare dove?

Oreste:           - Ma dove vuoi, mio caro. Non mi dirai che la tua rimane in mezzo a questi fogli.

Enrico:           - Non so dove mandarla.

Oreste:           - Dove tu non puoi andare perché devi stare in quella stanza; devi crearti delle “sotto-storie”!

Enrico:           Sotto-storie?

Oreste:           Ma sì: la “storia” ti vede in ufficio a timbrare, mentre la “sotto-storia che costruisci tu ti porta altrove, a fare quello che più ti piace. Così puoi immaginarti di andare in bicicletta senza mani, oppure di camminare con le mani per terra ed i piedi in aria.

Enrico:           (riflettendo)… crearmi delle sotto-storie…

(Oreste sparisce)

 

Enrico:           - L'idea mi piaceva e la misi subito in pratica… e fu così che cominciai a timbrare la scrivania, il telefono, la giacca del capufficio. Nell'azienda incominciò la paura del timbro; tutto il personale mi guardava con sospetto, cercava di tenermi alla larga. Mi dettero una stanza da solo: in pochi giorni la tappezzeria aveva cambiato di colore… io timbravo, timbravo e mandavo la mente a spasso, in tutti i posti dove avevo sempre desiderato andare. Nell'azienda, intanto, la paura era diventata terrore, incubo…. Incominciò a circolare la voce di un timbratore solitario che colpiva nell'ombra… nessuno osava rivolgermi un'osservazione o criticare il mio lavoro… mostravo il timbro e intorno a me si faceva il vuoto… col timbro in mano, riuscii ad avere due aumenti di stipendio. Come al solito, Oreste aveva avuto ragione! Che mente quell'uomo… che vulcano di idee… con lui c'era sempre qualcosa da imparare. Chissà perché gli piaceva tanto stare con me… con me che non sono mai stato un'aquila, anzi ho volato sempre piuttosto bassino… Io con lui facevo quello che potevo per evitargli delle noie; il contatto con il denaro, per esempio, che lui disprezzava nel modo più deciso, io glielo risparmiavo. Ero sempre io che pagavo al caffè, al ristorante, al cinema, allo stadio: quand'era con me non aveva mai bisogno di toccare il portafogli. A ripensarci, adesso, ho una certa nostalgia per quei tempi… ma non c'è nulla sotto il sole che rimanga immutato, e anche per me arrivò il momento di cambiare. Ecco, possiamo incominciare da quel giorno… stavo tornando a casa dopo il lavoro… (una porta attraverso la quale Enrico entra in casa).

 

Voce mamma:      - Chi è?

Enrico:           - Chi vuoi che sia… sono io, mamma.

(appare la mamma)

 

Mamma:         - Ah, sei tu, Enrico!

Enrico:           - (ironico) Ma guarda che sorpresa!

Mamma:         - E invece c'è una sorpresa… ma per te.

Enrico:           - Per me? È arrivata una nuova tassa da pagare?!

Mamma:         - No.

Enrico:           - Si è spaccato il tubo del lavandino?!

Mamma:         - No.

Enrico:           - Via mamma, non tenermi sulle spine, che sciagura è successa?

Mamma:         - E perché dovrebbe essere una sciagura?

Enrico:           - Un disastro allora.

Mamma:         - No, sciocchino: né un disastro, né una sciagura… e nemmeno una catastrofe… vieni con me… (fanno insieme alcuni passi; luce su un divano dove è seduta una ragazza goffa e impacciata, con i capelli che le nascondono quasi completamente il viso) … guarda chi è venuta a trovarci!… Isabella!

Enrico:           - Ah, lì sotto c'è…

Mamma:         - Isabella!… guarda pure…

Enrico:           - Se me lo dici tu, mi fido… ma, Isabella chi?

Mamma:         - Non ti ricordi dove abitavamo prima? – la figlia della signora Teresa?…

Enrico:           - Ah, sì.. e come sta sua madre, signorina?

Mamma:         - Ma come, "signorina"? … avete giocato insieme da bambini… va bene che tu eri più grande…

Enrico:           - (al pubblico) Altro che giocare… le davo certe sberle perché toccava sempre la ma roba…. E lei, via da sua madre a frignare…. (a Isabella)… che piacere rivederti… (china leggermente la testa come per guardare sotto i capelli)… o quasi…

Mamma:         - Hai visto come è cresciuta? Io non l'avrei mica riconosciuta. E tu?

Enrico:           - Veramente, così… neanch'io… permetti?… (le solleva i capelli dal viso, la guarda e li ributta subito giù) no, stai meglio così.

Mamma:         - Non ti siedi accanto a Isabella?

Enrico:           - Sì… mi siedo… sì… (prende posto sul divanetto)

Mamma:         - (porgendogli una scatola) Non offri un cioccolatino a Isabella?

Enrico:           - Sì, certo… (passa la scatola a Isabella)… vuoi un cioccolatino?

 

(un breve silenzio; Isabella sgranocchia cioccolatini)

Mamma:         - E non dici niente a Isabella?

Enrico:           - Che cosa devo dire, mamma?

Mamma:         - Chissà quante cose dell'infanzia avrete da ricordare.

Enrico:           - Ah, sì! Me lo vuoi dire finalmente che fine ha fatto la mia collezione di Nembo-Kid?!

Mamma:         -Ma via, sciocchino, ti sembrano domande da fare dopo tanti anni?, Isabella vorrà sentire cose diverse… raccontale, per esempio, che cosa hai fatto ieri.

Enrico:           - Ieri sono stato alla partita… uno schifo!… quel somaro dell'allenatore non ha ancora capito come manovrare la linea d'attacco…

Mamma:         - Ma no, Enrico, no: a Isabella non importa niente del calcio…. vero, cara, che non te ne importa niente?… lo vedi? Trova qualcosa di più carino da dire… per esempio, non hai notato il suo vestito?

Enrico:           - Sì, certo… è vestita…

Mamma:         - Che scoperta! Volevi che fosse nuda?… a te magari avrebbe fatto piacere, vero?… uh, che cosa mi fai dire!… davanti a una signorina, poi, anzi, a una bambina… e innocente, per giunta… perché Isabella è innocente, lo sai?

Enrico:           - E come vuoi che faccia a saperlo, mamma?

Mamma:         - Te lo dico io, allora, e di me ti puoi fidare.

Enrico:           - Sì, ma io non capisco…

Mamma:         - Cosa c'è da capire? È innocente e basta!

Enrico:           - Io non capisco di che cosa era accusata… di che cosa la ritenevano colpevole.

Mamma:         - Via, non fare lo sciocchino; lo sai anche tu che cosa vuol dire una ragazza innocente… Pensi che ce ne siano tante al giorno d'oggi?… e perché non glielo dici, allora?

Enrico:           - Che cosa le devo dire?

Mamma:         - Che sei felice di saperla innocente.

Enrico:           - Ma felice perché, mamma… perché devo mettere il naso nella sua innocenza?

Mamma:         - Dove vorresti mettere il naso, tu?… non ti vergogni davanti a tua madre?!

Enrico:           - Scusami, mamma… scusami, Isabella…

Mamma:         -… e poi Isabella è una vera donna di casa: sa cucire, cucinare, rammendare, ricamare, spolverare, stirare…

Enrico:           - Sa andare in bicicletta senza mani?

Mamma:         - Ma cosa dici?!

Enrico:           - Io lo so fare.

Mamma:         - E a cosa serve?

Enrico:           - Metti che tu debba portare un pacco grosso così, come fai a reggere il manubrio?

Mamma:         - Isabella sa fare cose molto più importanti.

Enrico:           - Sa camminare con le mani per terra e i piedi per aria?

Mamma:         - Quelli sono esercizi da circo equestre.

(via Isabella)

 

Enrico:           -… che fatica, però, con quelli che non vogliono capire!… e io con mia madre ce l'ho messa tutta, ma risultati: zero!… finché un bel giorno, finalmente, arrivammo a una spiegazione definitiva…

 

(la mamma che lavora a maglia seduta sul divanetto. Enrico sta andando verso la porta)

Mamma:         - Enrico!

Enrico:           - Che c'è mamma?

Mamma:         - Hai intenzione di uscire?

Enrico:           - No… cioè… quasi…

Mamma:         - E non puoi restare… quasi, in casa?

Enrico:           - Stasera non c'è niente di buono alla Tv e…

Mamma:         - Possiamo chiacchierare un po' fra noi.

Enrico:           - Certo… ma c'è Oreste che mi starà aspettando…

Mamma:         - Se avevi un appuntamento con Oreste, allora stavi proprio per uscire.

Enrico:           - Beh, un appuntamento… quasi… per così dire…

Mamma:         - Ah, niente di sicuro! Meglio così… così puoi restare… diciamo quasi in casa… e anche… quasi sederti… (Enrico siede a malincuore)… vedi, Enrico, ora che hai trovato un'occupazione fissa, che hai uno stipendio sicuro, si può anche…

Enrico:           - (interrompendola)… comperare la nuova lavastoviglie … io sono d'accordo, mamma, scegli tu il modello che preferisci…. (si precipita verso la porta)… ciao, mamma…

Mamma:         - Ma dove vai, Enrico… che cosa hai capito?!

Enrico:           (tornando indietro) Non era per quello?

Mamma:         - Ma no!… potevo farti perdere la partita a biliardo per una semplice lavastoviglie?

Enrico:           -Veramente stasera c'era la gara a boccette!

Mamma:         - E' una cosa più importante. Non hai mai pensato, Enrico, che anche per te è venuto il momento di metter su famiglia?

Enrico:           - Dici che… ?

Mamma:         - Dico proprio di sì. Ma, per fare una famiglia, ci vuole come minimo un marito e una moglie: meno non si può. Il marito, bene o male c'è già…

Enrico:           - Perché "male"?

Mamma:         - Così per dire…

Enrico:           - Mancherebbe la moglie…. Vuol dire che mi metterò a cercarla e, appena l'avrò trovata, te lo farò sapere… (corre verso la porta)… ciao, mamma!…

Mamma:         - Ma dove vai?… fermati!… la moglie c'è già.

Enrico:           - (tornando indietro) E dov'è?

Mamma:         - Ma se la conosci anche tu… è Isabella, no?!

Enrico:           - Isabella?!… ma ti rendi conto, mamma?… quella non è una donna…

Mamma:         - E chi sarebbe, sentiamo?

Enrico:           - … non so… un cespuglio, piuttosto.

Mamma:         - Non ti piace?

Enrico:           - Come pianta ornamentale, non c'è male.

Mamma:         - Isabella è una buona ragazza. Non è che la bellezza sia proprio il suo forte, questo bisogna riconoscerlo… ma per te va bene.

Enrico:           - Ah, per me… dici che…?

Mamma:         - Perché, credi di essere una bellezza, tu?

Enrico:           - Questo no, ma… una pretesa piccola, piccola … ma piccola così, non la posso avere?

 

(Enrico fa qualche passo verso il buio e raggiunge Oreste)

… e ci ha anche regalato il suo appartamento, per convincermi a sposarla. Oreste, io non so quello che devo fare

Oreste:           - Beh, francamente, la tua situazione non mi sembra così drammatica come la dipingi.

Enrico:           - Beato te!

Oreste:           - Hai la soluzione in mano e non te ne accorgi. Falla sposare a un altro

Enrico:           - Magari! E come faccio?

Oreste:           - Qual è la persona che hai più odiosa?

Enrico:           - Il mio capufficio.

Oreste:           - Ecco: la fai sposare a lui.

Enrico:           - Ma è già sposato.

Oreste:           - Non importa: gli dài Isabella, e quando è sua moglie te la riprendi.

Enrico:           - Ma cosa stai dicendo, scusa?

Oreste:           - Con l'immaginazione, s'intende: sotto-storia!

Enrico:           - Ah!... dovrei immaginarmelo?… crearmi dunque una sotto-storia matrimoniale?

Oreste:           - Naturale! Tu sposi Isabella e poi la fai sposare subito a quell'altro, così, quando sei con lei, avrai l'impressione di avere un'avventura con la moglie dell'altro…

Enrico:           -… che però sarà la mia vera moglie.

Oreste:           - No, dell'altro, se tu ci penserai fortemente.

Enrico:           - Ma con quale vantaggio? Sempre Isabella sarà.

Oreste:           - Nemmeno per sogno: sarà la tua amante occasionale. E a una amante del genere non si chiede ciò che si pretende dalla moglie.

Enrico:           - Questa non l'ho capìta.

Oreste:           - Ti preoccupi, forse, se la donna con la quale hai un'avventura è un'oca?

Enrico:           - No, davvero.

Oreste:           -… se ha un brutto carattere, dei modi un po' goffi, se ha qualche imperfezione nel fisico?

Enrico:           - Nemmeno per sogno, Ma lo sai che la tua idea comincia a piacermi? … io sposo Isabella, poi la faccio sposare al mio capufficio, il Rag. Cornelli, e poi me la riprendo io…

Oreste:           - Lo vedi che hai capito!

Enrico:           - Gli sta bene a quel tanghero… e poi, si chiama anche Cornelli.

Oreste:           - E' tutto un programma.

Enrico:           - Però, scusa… io Isabella devo darla a lui.

Oreste:           - Cosa c'è, vuoi fare il geloso?

Enrico:           - Ma è sempre mia moglie!

Oreste:           - E che ne sa lui che tu gliela dài? Lui non va mica a pensarla una cosa del genere.

Enrico:           - E' vero! Sono io solo a immaginarlo! … io solo a godermela Isabella, sua moglie… beh, a godermela per modo di dire…

Oreste:           - Non come Isabella, ma come sua moglie, sì.

Enrico:           - Giusto! Come signora Cornelli. Chissà come sarà contenta, poverina, di trovarsi con me, all'insaputa di quello sciocco vanesio.

Oreste:           - Hai avuto un colpo di fortuna, vecchio mio.

Enrico:           - Non dico di no. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di vedermelo davanti in ufficio, tutto impettito, tutto pieno di boria, e sapere che posso farlo cornuto, quando mi viene la voglia.

Oreste:           - Tutto risolto, allora?

Enrico:           - Sono a cavallo! …e ancora una volta grazie a te Oreste. Amico mio!

 

(musica di matrimonio. Luce su una tavola con torta nuziale. Vicino al tavolo la mamma e Isabella vestita da sposa con un fitto velo davanti alla faccia. Si avvicinano Enrico ed Oreste che hanno avuto il tempo, nell'ombra, di indossare una giacca da cerimonia).

Enrico:           - Oreste… Oreste… ci sono novità grosse.

Oreste:           - Che novità?

Enrico:           - Il nostro piano… ho dovuto modificarlo.

Oreste:           - Quale piano?

Enrico:           - Quello di far sposare Isabella al Rag. Cornelli… non si può.

Oreste:           - E perché?

Enrico:           - Il Rag. Cornelli non può sposare Isabella, perché dopo due anni di matrimonio non è riuscito… Diciamo, a sposare… nemmeno sua moglie Adelaide.

Oreste:           - Non dirmi che hai messo gli occhi sulla signora Adelaide Cornelli?

Enrico:           -Ho fatto di più, con Isabella stasera ci sarà anche Adelaide.

Oreste:           - Anche lei con voi la prima notte?!

Enrico:           - Siamo d'accordo così.

Oreste:           - E non potevi aspettare qualche giorno… Di tornare dal viaggio di nozze, almeno, prima di…

Enrico:           - Io sì che potevo aspettare, ma lei no… capirai, poverina, due anni di attesa… una sposina nelle sue condizioni, ci pensi?… aspetta, riaspetta… Prova, riprova… E un bel momento, quando si presenta l'occasione…

Oreste:           - Stasera, allora, avrai un lavoro piuttosto pesante… con la fantasia.

Enrico:           - E' quello che mi preoccupa un po'. Spero di essere all'altezza.

Oreste:           - E con Isabella, come te la caverai? Come giustificherai la presenza di Adelaide?

Enrico:           - Per quello non ci sono problemi: Isabella è così ingenua, poverina… crederà a qualunque cosa le dica.

 

(camera con letto matrimoniale)

Enrico:           - Vuoi stare, a destra o a sinistra?

Isabella:          - Ma... io... non lo so.

Enrico:           - Da che parte sei abituata a dormire, insomma?

Isabella:          - Ma.. io... in un letto così... non ci ho mai dormito.

Enrico:           - Sotto-storia: lui, il ragioniere, da che parte dorme?

Isabella:          - Quale ragioniere?

Enrico:           - Ah, sì, tu non sai nulla!... vedi, cara, so che ti sembrerà un po' strano, ma io introdurrò spesso questo personaggio fra noi.

Isabella:          - Introdurrai, come?

Enrico:           - Lo ricorderò soltanto, si capisce… ci mancherebbe altro averlo qui in carne e ossa!… a far cosa poi?… Sarà come una presenza evocata.

Isabella:          - E chi sarebbe questo ragioniere?

Enrico:           - Colui al quale è affidata la contabilità della nostra azienda

Isabella:          - E’ così importante?

Enrico:           - Beh, diciamo… che è un'entità che presiede, che sorveglia...

Isabella:          - E' Dio, allora?

Enrico:           - Non tiriamo fuori parole grosse! E' vero che, a volte, assume delle posizioni da padreterno, ma con me non ha mai attaccato… adesso, poi… (ridacchia)... avrà poco da fare il pavone, te l’assicuro.

Isabella:          - Lo sai Enrico, che io non ti capisco... vuoi portar qui questo ragioniere che io non conosco.

Enrico:           - E' vero, tu non l'hai mai conosciuto… biblicamente parlando. Allora, da che parte sei abituata a dormire?

Isabella:          - Io sono abituata a dormire da sola... sono come ha detto tua madre... ancora...

Enrico:           - … Innocente?

Isabella:          - Sì.

Enrico:           - Lo so, poverina, lo so… ma rimedieremo presto, vedrai… aggiusteremo tutto… si fa per dire…

Isabella:          - A te va bene se io dormo da questa parte?

Enrico:           - Ma certo, Adelaide, come vuoi tu.

Isabella:          - Adelaide?!

Enrico:           - Ah, sì! … non ti ho confessato un'altra delle mie stranezze: i nomi. Vedi, io davanti ai nomi provo un certo imbarazzo, una timidezza improvvisa. Lo sai che il mio l'ho scelto dopo averne scartati due: Fortunato ed Ercole?

Isabella:          - E perché?

Enrico:           - Erano troppo impegnativi, pieni di sussiego… offensivi, persino, nei confronti dei meno assistiti dalla sorte, di coloro che si barcamenano in mezzo ai guai. E il tuo; Isabella! … hai mai pensato all'arroganza, alla presunzione che c'è dentro? … davanti, poi, al mare sterminato di Clementine, Grazielle, Rosette e via di questo passo.

Isabella:          - Ma perché proprio Adelaide?

Enrico:           - Perché è un nome spigoloso, quadrato, inattaccabile da qualunque punto di vista.

Isabella:          - (Incominciando a frignare) Non sarà invece il nome di una tua vecchia innamorata?

Enrico:           - E come potrei avvicinarmi a te pensando a un'altra donna? Mi credi capace di portarti una simile offesa? … il ragioniere non me lo perdonerebbe mai!

Isabella:          - Ti credo, Enrico.

Enrico:           - Grazie, Adelaide… ma non vuoi spogliarti ed entrare nel letto?

Isabella:          Si. non guardare, però.(si toglie la vestaglia ed appare vestita di un pigiama a forma di tuta: subito va a nascondersi sotto le coperte).

Enrico:           - Ti prepari ad entrare in fabbrica?

Isabella:          - Perché?

Enrico:           - Ti sei infilata la tuta di lavoro.

Isabella:          - E' il mio pigiama... ma avevi promesso di non guardare.

Enrico:           - Scusa, Adelaide, ma la mamma, prima di partire, non ti ha proprio detto nulla?

Isabella:          - Mi ha detto:"Fate buon viaggio e mandatemi una cartolina".

Enrico:           - E così del matrimonio non sai nulla?

Isabella:          - So tutto, invece: ho frequentato un corso prematrimoniale.

Enrico:           - Meno male! e che cosa hai imparato?

Isabella:          - Moltissimo. Ho imparato a cucire, cucinare, rammendare, ricamare, spolverare, stirare...

Enrico:           - Sul sesso, cosa sai?

Isabella:          - Quale sasso?

Enrico:           - Beh, non fa nulla, cara. Sarò io il tuo istruttore, il tuo Pigmalione… sarò io a prenderti per mano e accompagnarti là dove il ragioniere non è stato capace di condurti… un mondo nuovo sta per aprirsi davanti a te… il nostro sarà un viaggio meraviglioso, affascinante… eccitante… vedrai, Adelaide… vedrai… (si avvicina ad osservare Isabella)… eh?!… ma come, dorme?

 

Enrico:           (al proscenio) – Prima notte a parte, col matrimonio incominciò il periodo più bello della mia vita. Eh, sì: i rapporti con Adelaide che erano incominciati senza molto entusiasmo, quasi per puntiglio, si erano trasformati in una vera e propria passione. E Isabella? … ma lei, poverina, non sospettava nulla… a una cert'ora cascava dal sonno e noi eravamo liberi di fare il comodo nostro. Vedete l'importanza di sposare la ragazza giusta? … e poi certi si lamentano del matrimonio che non funziona… vogliono la moglie bella, intelligente, spiritosa, e si trovano chiusi in una gabbia… ma stavo parlando dei miei rapporti con Adelaide che continuavano deliziosi, esaltanti, travolgenti: vivevo in una continua ebbrezza di felicità; ero diventato più buono anche con Isabella, forse perché mi sentivo un po' colpevole nei suoi confronti, poverina. Persino in ufficio il mio atteggiamento era cambiato: non ero più temuto come un tempo. Ora qualcuno si azzardava ad affacciare la testa nella mia stanza e a salutare. Anche il mio capufficio, il Rag. Cornelli, ora lo guardavo serenamente, con una certa indulgenza. Pensavo alla sua disgrazia e lo compiangevo, guardavo la sua faccia triste e ne provavo dispiacere. Mille volte ero stato sul punto di dirgli "Su, su, ragioniere, non si abbatta così… e soprattutto non si addolori per sua moglie: a lei adesso penso io… almeno per quello stia tranquillo." Non gli ho mai detto niente, però: non ero sicuro che gli avrebbe fatto piacere… le persone, a volte, sono così complicate! Oreste lo frequentavo meno di un tempo, non perché la mia amicizia per lui fosse diminuita, ma perché io avevo abbandonato la vita di prima: la sera non uscivo più e, dopo il lavoro, non vedevo l'ora di rientrare a casa dove trovavo la mia Adelaide e la mia Isabella piene di sorrisi e di carezze che riversavano su di me. Erano diventate molto amiche, e questo mi riempiva il cuore di gioia …ma, si sa, la gioia e la felicità non sono durature. I miei guai ebbero inizio  un pomeriggio in ufficio. Pensate, io che avevo sempre goduto di una salute di ferro, incominciai a sentirmi male, che cosa era successo? Non saprei dirlo: la fronte si era coperta di sudore, il braccio faticava ad alzarsi e il timbro mi tremava nella mano. Non c'era che mettersi a letto e chiamare un medico. Salii su un taxi e mi feci accompagnare a casa. Fu proprio quando scesi dal taxi che incominciai a sentire fortissimi dolori di ventre… e allora capii subito il mio male e la sua natura: l'insalata russa che avevo mangiato a mezzogiorno! Ora il problema era uno solo, urgentissimo, improrogabile: liberarmi. Per fortuna ero davanti a casa… corsi verso l'ascensore, ma era occupato, allora mi slanciai per le scale… rischiai di travolgere il pensionato del primo piano che usciva per la sua passeggiata, scartai la domestica del secondo che stava spazzando il pianerottolo, superai miracolosamente la signora del terzo che rientrava con la borsa della spesa… mi abbattei come un ariete sulla mia porta, l'aprii in un attimo e…. (luce su un divano sul quale c'è Isabella in sottoveste fra le braccia di Oreste. Grido di Isabella che corre verso una porta, mentre Oreste salta in piedi abbottonandosi i calzoni)… rimasi per un momento folgorato, ma la necessità fisiologica era diventata disperata e non ammetteva pause… mi avventai contro la porta del bagno… (Enrico davanti la porta oltre la quale è scomparsa Isabella. Intanto Orazio si dilegua a passi di lupo.)… ma la trovai chiusa. Intanto Oreste se la stava squagliando, mettendo vergognosamente in luce la sua sotto-storia di vigliacco…

Enrico:           - Apri Isabella! Apri!

Isabella:          - Non posso, Enrico… non posso!

Enrico:           - Fammi entrare, ti ho detto!

Isabella:          - Non mi chiedere questo!

Enrico:           - Sì che te lo chiedo… apri!

Isabella:          - Hai ragione: sono un'infame!

Enrico:           - Voglio entrare! Non ne posso più!

Isabella:          - Sono indegna della tua collera.

Enrico:           - Hai capito che sto morendo?

Isabella:          - Lo so: è colpa mia.

Enrico:           - No: è stata l'insalata russa… Apri!

Isabella:          - Non devi fare qualcosa di cui puoi pentirti…

Enrico:           - Di quello che devo fare non mi pentirò mai… Apri!

Isabella:          - No, se prima non dici che mi hai perdonato.

Enrico:           - Sì, sì… ti perdono.

Isabella:          - ... e che mai più mi ricorderai questo giorno…

Enrico:           - Come vuoi tu… apri!

Isabella:          - Me lo giuri?

Enrico:           - … te lo giuro! (la porta si apre ed appare Isabella a capo chino; Enrico la guarda per un attimo e si precipita dentro, quindi torna al proscenio mentre Isabella la porta e il divano scompaiono)… vedete lo svantaggio di non avere i doppi servizi?… e così dovetti mantenere il mio giuramento, anche se formulato in istato di necessità… una specie di ricatto, insomma. Se ne son dette tante su un certo Esaù che cedette i suoi diritti per un piatto di lenticchie… Io i miei li cedetti per molto, molto meno… comunque, io mantenni la promessa e non ci tornai più sopra… con Isabella, naturalmente, perché dentro di me tutto continuava come in quell'attimo in cui l'avevo sorpresa sul divano, abbracciata con Oreste. Avevo bisogno di sfogarmi, di avere conforto, di parlare con mia madre…

 

(la mamma seduta sul divanetto che lavora a maglia)

Enrico:           - … Sono a terra, mamma, disperato… Isabella mi ha tradito! L'ho scoperta con il mio migliore amico.

Mamma          - Hai visto che cosa succede a voler fare di testa propria?

Enrico:           - Cosa vuoi dire, mamma!

Mamma          - Io te lo dicevo di stare attento, di non fidarti delle apparenze: Isabella è un'acqua-cheta, falsa-ingenua, falsa-modesta… ma tu hai voluto sposarla a tutti i costi.

Enrico:           - Ma cosa dici, mamma!? Sei stata proprio tu a volere che io…

Mamma          - … a volere che tu ci pensassi sopra. Che cosa credevi che fosse il matrimonio, un giro di danza? Eccoli i giovani di oggi! Hanno tirato fuori il divorzio e credono che ci si possa sposare così, per ammazzare il tempo.

Enrico:           - Non è vero, mamma, sei stata tu a volere questo matrimonio. Se ricordi bene, a me Isabella non piaceva nemmeno.

Mamma          - Lo vedo che non ti piace: l'hai vista con un altro e sei lì distrutto… in condizioni compassionevoli…

(la mamma sparisce)

 

Enrico:           - … Si può mettere in dubbio la saggezza delle mamme? No, naturalmente… quindi, era inutile continuare a discutere. Però, qualcosa di dentro proseguiva il suo implacabile lavoro di demolizione. Dovevo farlo fermare… e così, dopo qualche giorno, presi il coraggio a due mani e affrontai il problema. (appare Isabella. Enrico le va incontro) …Isabella… io ti ho fatto una promessa e finora l'ho mantenuta: non sono più tornato sul fatto che sai… però, se tu di tua spontanea volontà, volessi tornarci, forse potrei capire qualcosa di più.

Isabella:          - Che cosa c'è da capire, Enrico? E' tutto molto semplice… Oreste quel pomeriggio era da queste parti e venne su a farsi attaccare un bottone che aveva perduto… Un bottone sui calzoni…

Enrico:           - … e, guarda caso, un bottone sul davanti?

Isabella:          - Sì, proprio lì.

Enrico:           - E perché la stanza era in penombra e tu eri in sottoveste?

Isabella:          - Ma Enrico! Con il caldo che fa, spalanchi le finestre al sole e stai in casa col vestito abbottonato?

(Isabella scompare)

 

Enrico:           - … Sicuro! Ecco perché tutto è capitato… perché in casa non c'è l'aria condizionata! Mai fare economie di questo genere! La spiegazione di Isabella era ineccepibile… già, ma Oreste? beh, lasciamo perdere…

(Compare Oreste)

 

                       -… Non parliamo più di quello che è accaduto, Oreste: non voglio tornarci sopra…

Oreste:           - E fai male, perché gli equivoci vanno chiariti subito. In fondo, non si è trattato che di un bottone.

Enrico:           - Sì, lo sapevo.

Oreste:           - Quando tu sei entrato così all’improvviso, tua moglie ha avuto un soprassalto, ha voltato la testa verso di te e si è punta con l'ago.

Enrico:           - Poverina! Questo non lo sapevo.

Oreste:           - Ecco perché ha gridato ed è corsa subito in bagno per disinfettarsi.

Enrico:           (al pubblico) – Bello!… Meraviglioso!… E' un perfezionamento!… Questa sotto-storia sta diventando un gioiello… (a Oreste)… e tu, sei fuggito così a precipizio, spaventato da quel grido.

Oreste:           - No, dal sangue! Isabella s'era punta e io, lo sai bene, non sopporto la vista del sangue: è più forte di me.

Enrico:           (al pubblico) – Che roba!... un capolavoro!… (a Oreste)… beh, adesso ti sarai rimesso, spero?

 

(appare Isabella)

Isabella:          - Resti a casa anche stasera, Enrico?

Enrico:           - Perché, a te va di uscire?

Isabella:          - A me no. Lo dicevo per te: Uno che lavora tutto il giorno, la sera ha il diritto di svagarsi un po'.

Enrico:           - Ma anche a casa c'è il giornale, la televisione.

Isabella:          - Caprai che divertimento! Non mi piace vederti con la faccia così triste.

Enrico:           - Vuoi che vada a cercare i vecchi amici?… e qualche amica, magari?

Isabella:          - Io non sono gelosa, lo sai.

Enrico:           - Lo so, Isabella, lo so.

Isabella:          - Mi chiami solo Isabella, adesso… dov'è andata a finire Adelaide?…

(Isabella sparisce mentre Enrico rimane immobile)

 

Enrico:           - Fu come un getto d'acqua fresca sul viso di uno che dorme, una luce che si accende in mezzo alle tenebre… Adelaide!… Dov'era andata a finire?… Tutto mi apparve improvvisamente chiaro, semplice, elementare: Oreste s'era presa Adelaide!… Quel giorno a casa mia, c'erano loro abbracciati sul divano!… e io che avevo sospettato di Isabella! Si poteva essere più idioti di così?… dubitare di una moglie fedele, una ragazza all'antica. Oh, Isabella, che cosa non dovrò mai fare per farmi perdonare ?!… Eppure ce l'avevo lì in casa la femmina sensuale, corrotta, l'Adelaide Cornelli adultera… anche se con qualche ragione… E Oreste? Anche nei suoi confronti ero stato ingiusto. Si era preso la mia amante, certo… ma Oreste era uno scapolo e si sa bene che, nelle sue condizioni, le riserve di caccia non si rispettano, salvo, naturalmente, le mogli degli amici. E poi, io che conoscevo Adelaide e la sua sensualità, potevo dire onestamente che era stato Oreste a incominciare e non lei a gettarglisi nelle braccia? E se Oreste avesse voluto staccarmi da Adelaide, proprio perché vedeva questa relazione diventare sempre più pericolosa? Da questo punto di vista, allora, la sua sarebbe stata veramente un'azione da amico… Via, via… dovevo correre da lui a domandargli perdono per gli assurdi sospetti, e ringraziarlo per quello che aveva fatto, a fin di bene, nell'interesse mio e di Isabella, del nostro matrimonio, insomma!… (Enrico corre verso il buio e ne riesce subito a fianco di Oreste)… Le cose sono andate così, Oreste, mi devi scusare… una insensata, oscura collera mi ha annebbiato la vista: in Adelaide ho visto mia moglie e mi sono sentito offeso. Adesso che ti ho fatto le mie scuse, però, credo di avere anche il diritto di tirarti un po' le orecchie… è per via di Adelaide che mi hai portato via sotto il naso.

Oreste:           - Ma, vedi…

Enrico:           (interrompendolo) - … Sì, lo so, il fine era nobile: L'ho capito… però resta il segno dell'operazione chirurgica… Vieni, entra in casa. (Oreste esce dall'ombra, Isabella fa quasi l'atto di scappare)… Isabella Che fai? Ti sei impaurita?… pensi ancora alle faccende di prima?… Ma no, tutto finito, tutto risolto: l'equivoco è stato chiarito, finalmente. Ho chiesto scusa a Oreste per i miei sospetti ridicoli e lui, da quel generoso che è, mi ha perdonato. E ora, una bella pietra su tutto: Vita nuova e amicizia vecchia!

Oreste:           (tendendo la mano) – Come stai Isabella?

Isabella:          (stringe la mano, rassicurata) – Benvenuto, Oreste… mettiti a sedere…

Enrico:           - Qui, accanto a me.

 

(Isabella esce e rientra con una zuppiera e il piatto di Oreste)

Isabella:          - Non sapevo che saresti venuto a pranzo, altrimenti…

Enrico:           - Non fa nulla… Oreste si accontenta di quello che c'è. Che cosa hai preparato di buono?

Isabella:          - Spezzatino con funghi.

Enrico:           - Bene! Sentirai com'è buono lo spezzatino di Isabella… ma tu lo conosci già, credo.

Oreste:           - Sì, l'ho già mangiato a casa vostra, e non c'è pericolo che possa dimenticarmene.

Enrico:           - Hai sentito, Isabella, come parla della tua cucina, Oreste?… Sai che ti dico: Da quando non è più venuto a mangiare da noi, sembra che sia persino dimagrito.

Oreste:           - Esageri un po', adesso.

Enrico:           - No, sei dimagrito, vero Isabella?… ma ti rimetteremo a posto in poco tempo… Ora poi che devi essere in forze…

Isabella:          - Perché deve essere in forze?

Enrico:           - Eh, lo sappiamo noi il perché

Isabella:          - Voi soli?

Enrico:           - Cosa dici, Oreste, glielo facciamo sapere anche a lei?…

Oreste:           - Non credo che…

Enrico:           - Tanto Isabella sa tenere la bocca chiusa, stai tranquillo… (a Isabella)… sai, Oreste ha iniziato una relazione con una certa signora…

Isabella:          - Signora?… E' sposata?…

Enrico:           - Sì, ma… mi raccomando… è la moglie del mio capufficio: Adelaide Cornelli si chiama.

Isabella:          - E bravo il nostro Oreste!

Enrico:           - Sì, ma non credere che abbia fatto una grande conquista, sai … non si tratta di una bellezza… un po' magrolina, seni così e così… anche se a letto ha la sua parola da dire…

Isabella:          - E tu cosa ne sai? Ci sei stato a letto anche tu?

Enrico:           - E' una vecchia storia… non eravamo ancora sposati… e poi, chi non c'è stato del nostro reparto, con lei? A cominciare dal direttore.

Isabella:          - Anche lui?

Enrico:           - E se no, come sarebbe diventato capufficio, il marito?… ti dispiace, Oreste, se parlo con tanta franchezza?

Oreste:           - Ma va là.

Enrico:           - Lo sai anche tu che Adelaide non è proprio un fiorellino di bosco… ma tu non la devi mica sposare, me l’hai insegnato tu, no? per te è soltanto un'avventura… però, se posso darti un consiglio, smetti di correre la cavallina. Trovati una brava ragazza e sposatela, perché tutte le gioie vengono di lì, da un matrimonio ben riuscito, da una brava moglie… come la mia Isabella, per esempio… (hanno finito di mangiare; si alzano)… vogliamo andare a fare quattro passi?

Isabella:          - Allora devo andarmi a vestire.

Enrico:           - Ma no, stai bene anche così… basta che ti levi il grembiulino.

 

(Isabella si toglie il grembiule)

Isabella:          - Io sono pronta.

 

(I tre muovono qualche passo; il tavolo scompare)

Enrico:           - Che giornata magnifica è oggi! Mi sento leggero, leggero … avrei voglia di correre, come un ragazzo… (si ferma)… m'è venuta un’ idea…

 

(Isabella e Oreste tornano indietro)

Oreste:           - Quale idea?

Enrico:           - E' una cosa che voglio chiedere a Isabella.

Oreste:           - Allora vi lascio soli.

Enrico:           - Rimani pure perché riguarda proprio te.

Isabella:          - Che cosa devi chiedermi?

Enrico:           - E' una cosa un po' delicata, ma so che sei una donna intelligente. Oreste, sono sicuro, vorrebbe domandartelo, ma non trova il coraggio: ha paura di offenderti.

Oreste:           - Che cosa vorrei domandarle?

Enrico:           - Zitto, tu! Ci penso io.

Isabella:          - Allora, Enrico?

Enrico:           - Vedi, Isabella, noi dobbiamo aiutarlo… in fondo è l'unico amico che ho. Ti rendi conto che Oreste vive in famiglia, con il padre, la madre e la sorella… non può mica portarla a casa sua, Adelaide…

Isabella:          - No di certo.

Enrico:           - … e nemmeno a casa di Adelaide possono andare… là ci sono i suoceri, i genitori del ragioniere … e allora pensavo che si potrebbe…

Isabella:          - Che cos'hai in mente… di farli venire da noi? L'hai presa per una casa di appuntamenti, la nostra?

Oreste:           (a Isabella) – Io non c'entro con questo! (a Enrico) … cosa t'è venuto in mente di tirar fuori questo discorso?

Enrico:           - Lasciami fare!… su, Isabella, che cos'è questo puritanesimo? Siamo tutti abbastanza cresciuti, no?… davvero vogliamo mandarli in albergo, poverini, a lasciare il loro nome su un registro?…

Isabella:          - Se tu hai già deciso, non voglio essere proprio io la guastafeste.

Enrico:           - Oh, finalmente! Che ti dicevo, Oreste? Isabella ha capito tutto… vuol dire che quando tu e Adelaide vorrete stare un po' insieme, Isabella se ne andrà a spasso… intendiamoci, dovrete accontentarvi del divano che c'è nell'ingresso… ma tanto lo conoscete di già, no?… (ridacchia; riprendono a passeggiare. Isabella e Oreste si scambiano cenni di intesa)… E' proprio una giornata magnifica, oggi; la giornata dell'amicizia!… (appare la macchina a treppiedi un fotografo stradale)… Uh, guarda!… vogliamo farcela una fotografia insieme per ricordare questa giornata?… (appare la fotografa)… possiamo farci una fotografia?

Fotografa:      - Uno per volta o in gruppo?

Enrico:           - In gruppo, si capisce.

Fotografa:      - Si accomodino.

 

(i tre si mettono in posa; all'ultimo momento Enrico si muove)

Enrico:           - Un momento, per favore… mi ricordo di quand'ero studente e ci facevamo le fotografie in gruppo… c'era sempre qualcuno che, credendo di essere spiritoso, faceva qualche segno dietro la testa di un altro… che a nessuna venga in mente di fare le corna, intesi?… sono scherzi che non mi piacciono… e poi, le corna a me… con Isabella?!… ci sarebbe proprio da morire dal ridere…

 

(cominciano a ridere rumorosamente tutti e tre, mettendosi in posa; lampo al magnesio. Tutti e tre rimangono immobili, a bocca spalancata, nella risata interrotta.)

 

 

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